|La calma_Non chiedermi parole

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Un surrogato della memoria:

la calma

perché non s’ode altro che il respiro

e si può fingere

d’essere assorti – e non pensare a niente.

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Ha vita breve,

come la falena mattutina

tra le tende e l’attesa.

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In realtà, è una preghiera

che il tempo anticipa

recando inscatolata la folgore

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d’ogni futura conversazione.

|Sono folle anch’io_Non chiedermi parole

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Eravamo su una panchina e parlavamo, non ricordo di che. Su una panchina di pietra grezza ed era una giornata splendida: potevamo vedere l’arcobaleno in controluce attraverso i rami degli alberi, per non so quale fenomeno di riflessione o rifrazione.

Sdraiandoci, il nostro mondo  (il mio certamente, e credo anche il tuo) si è tramutato in un oceano attraversato da nuvole che, lucenti di un candore sconosciuto alle lampade, ci capitava di scomporre in forme ed interpretare, e con che esiti poi!  Ma non è questo che volevo dire: perdonami le divagazioni, ma mi sono necessarie. Mi danno il tempo di prendere coraggio.

Quel giorno non ci parlammo di cose nuove o vecchie oppure antiche: noi parlammo del dubbio.

Se questo fosse…ma se non fosse, o fosse ancora diverso?

Ed io, dimmi, è necessario che sia?

E tu, è necessario che sia così?  Così come sei intendo. E che vuol dire che voglio essere? Siamo davvero liberi come dicono?

Secondo me no… Neanche secondo te: Oh, Dio, grazie! Sei una benedizione.

Che? Ti scandalizzi? E perché?  Non posso essere felice del miracolo di esistere?

Mi devi parlare: subito, ti ascolto.

Anche tu hai bisogno dell’invito, attendi le mie domande per costruire la tua verità con le parole.

Ma il tempo è clemente e si concede senza sforzo quest’oggi.  E’ strano come tu ti ostini a raccontare quando tu – senza accorgertene – ti ritrai, sillaba dopo sillaba, nella rocca della tue privata follia.

Non credere, ti capisco: sono folle anch’io.

|Come dire_Non chiedermi parole

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Non mi è capitato spesso (o forse mai, chissà) di addormentarmi sull’erba nel tiepido sole. Credo che sia qualcosa di bello –  ed ora mi chiedi: che cos’è bello?

Non so rispondere, no non lo so proprio. Scusa.

Che motivo c’è per scusarsi?

C’è, c’è, fidati. Per esempio: se mi capitasse mai di dire che due cose molto diverse sono belle, allora dovrei riuscire a giustificare il mio giudizio. E non ne sono proprio in grado, come vedi. E’ bella una scultura di Alexander Calder ed è bello un salice piangente e potrei dire, quindi, che la bellezza ha a che fare con la leggerezza, l’estensione, la lavorazione sottile, l’equilibrio asimmetrico.

Ma è bella anche l’Arte della Fuga di Bach e la danza di una sposa africana. Allora rientra l’armonia, il ritmo, la grazia. Ma non è tutto. Possono essere belli la tela della scarpe un po’ sgualcita, i capelli lunghi di un fanciullo, oppure gli occhi di una madre.  La bellezza di queste cose non è accessoria, è essenziale e straordinaria.

E’ come dire: erano le sei passate di pomeriggio e i capelli bagnati cominciavano ad arruffarsi all’aria, asciugandosi. Stesa a leggere, mi si chiusero gli occhi. Dormire nell’erba, come il sole d’inverno.

|Chiedi e ti sarà dato_Non chiedermi parole

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Buio come se fosse notte. Inverno inoltrato, quasi neve.

Mi dici:

Perché non me lo hai chiesto prima?

 Taccio.

Davvero, perché?

Ti guardo.

Se era così importante…

Mi fissi. Distolgo lo sguardo.

Non chiedermelo. Lo sai.

 No, non lo so.

 Non ostinarti. Lo sai già.

 Non lo so.  Sei tu ad ostinarti.

 Pensaci.  Trova in solitudine i motivi., sono facili da capire.

Avresti voluto che ci pensassi io?

Non chiedermelo,  certe domande non si fanno.

|Senza dire_Non chiedermi parole

1 m

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Rimasi sotto la pioggia a respirare il vento.

Parlai senza dire.

Girare intorno ad un concetto, avvicinarsi piano e con cautela, andare in tondo partendo da lontano e costruire impalcature a largo raggio, di oggetti, immagini, segni e impressioni, legati da fili che si disperdono, sempre più sottili, che si arricciano nell’aria.

Far intendere è un’arte difficile, ambigua troppo spesso – e pericolosa. Si rischia alto e pochi hanno il coraggio di spiegare, di giocarsi al limite massimo.

Farsi fraintendere è rischiare l’altro, perdere il tu, il destinatario.

 Parlare senza dire. Lo sguardo è l’unica redenzione possibile.