| Raggi migratori_Milano

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C’è una città da qualche parte, dove i raggi del sole fanno toc toc.

Lo fanno piano, con le dita leggere di marzapane vecchio. E camminano a testa in giù sotto le grondaie, nascosti nei mantelli neri dei segreti.

Sorridono, i raggi di sole, mentre scendono tra i tetti, giù dalle tegole asimmetriche, in bilico sulle travi: lì, a nessuno passeranno inosservati.

Sì, perché nelle piazze è tutta luce e nessuno si accorge di loro, dei raggi: ci sono i bambini, le borse pesanti e le suole delle scarpe; tutto si muove e si colora da sé. Ma nelle vie strette, nelle strade capillari c’è sempre bisogno di vederle un po’ meglio le cose. C’è bisogno dei raggi di sole, pronti a comparire fuori dai mantelli sottili.

Poi ci sono le stradine coi cancelli, i cortili: sono cancelli vecchi ridipinti di colore acceso, di un colore bello. Lì i raggi sono proprio felici: quando la luce viene da dentro la corte, dal cancello filtrano e gridano: “Qui c’è qualcosa!”; quando invece filtra da fuori, i raggi sussurrano: “Guarda!”.

Le corti sono sempre impolverate, perché sono tutti angoli che si rincorrono, e si sa che la polvere va negli angoli. Però ci pensano i raggi a spazzarci lo sguardo, quando entriamo. Così, magari, viene da sorridere anche a noi.

Senti l’odore del tè o delle spezie e allora vedi la bandiera della pace e gli scatoloni e le bici. E ascolti il vociare dall’ufficio: non lo fai apposta, è che si sente. Entri: una tappezzeria di volantini, biscotti al cioccolato e al cocco e, sugli scaffali, imbastiture di mondo.

Lì, i raggi indugiano non poco. Così, dentro c’è luce.

 

 

 

 

|Le stanze del mondo

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Lei vorrebbe sentir raccontare tutte le stanze del mondo, per avere conferma di quell’idea che si è fatta, cioè che sono tutte piene e tutte vuote.

Le piacciono le stanze di chi mette su casa con i pezzi nuovi, del nuovo edificio, e con i vecchi, delle mille vite precedenti. La civetteria delle plastichine protettive, lasciate su “perché non si sa mai” è un modo timido di dire: “Questa devo essere prudente, non voglio che qualcosa si faccia male”.

Ma crede anche nelle stanze semivuote di chi i pezzi li ha persi per strada e rimette a posto quelli rimasti alla meno peggio, col fil di ferro, lo scotch e l’inerzia della determinazione che li ha fatti schiantare contro il muro. Lì ci sono pavimenti molli, pieni zeppi di semi di epoche precedenti – un po’ dalla battaglia delle Termopili, un po’ dalla Berlino che abbatté il muro…

Sa che ci sono le stanze di chi soffre troppo, in cui gli oggetti o sono troppo rotti per funzionare o sono troppo interi per dei cuori rotti e smagriti. Su di esse il mondo stende il velo e le copre, soffocando l’aria.

Perché vederli, questi ritagli di quattro mura con il cielo o il tetto sopra?

Perché ogni stanza, standosene lì in attesa, somiglia a loro due, lei pensa. Loro due che ora non sanno quando si toccheranno di nuovo e se succederà oppure no, stando fermi come una stanza che non sa se l’inquilino tornerà, perché è da un po’ che è andato via.

E ciascuno dei due è una porta, che s’incanta e stride se l’altro la apre per uscire, ma che non si oppone del tutto, perché da una stanza bisogna essere liberi di entrare e di uscire.

Si trattengono per poco, perché non farlo non sarebbe vero, e, quando le porte si chiudono dietro la loro schiena, si voltano a guardare per capire se e quando riconosceranno la mano sulla maniglia.

Ciascuna stanza da sola si guarda dentro le quattro pareti e, a volte, di traverso al soffitto, guarda il cielo, come ha imparato quando la costruivano.

Ma c’è anche una stanza con i loro nomi sulla porta, entrambi.

Ha due finestre da parti opposte, aperte, e al centro del pavimento ci sono due tende, una accanto all’altra: l’aria risuona dei rumori di quello che hanno fatto insieme.

Quella stanza è il tempo e lo spazio, e sta immobile nella felicità, come la notte più bella dell’estate.

Kronos Quartet-The Beatitudes