Fiore d’inverno

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Era quasi autunno e, sul fianco della collina, i lombrichi assopiti e le piccole formiche nere udivano un mormorio flebile flebile:

Uhm… così no… così va meglio. Ecco: ora va bene.

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Quel suono, a tratti frenetico, a tratti dolce, proveniva da una masserella ben conficcata sotto terra a forma di cipolla. Anzi no: era più allungata, come uno scalogno.

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Era un bulbo e si dava da fare a sistemare ogni petalo per l’imminente fioritura. Ottobre era alle porte e papà bulbo gli aveva raccomandato di non tardare:

Fa niente se l’ultimo petalo è un po’ gualcito: non tardare, se no come farai a essere impollinato

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Durante tutto il lungo dormiveglia dell’estate, aveva ascoltato incuriosito tutti i rumori della superficie:

le api frenetiche, i pacifici bombi, le cicale sonore.

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E tutte le chiacchiere dei fiori: i denti di leone rigonfi e l’astro marino, le margherite infinite e le ambrette vanitose, i minuscoli fiori di timo e gli alti papaveri.

Dalla radice sotto il masso, anche il cardo si stirava lentamente con la sua corona di timidezza e spine.

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Tutti parlavano di insetti, di fogge di petali, di acqua che manca e di brezza del mattino. Anche lui aveva qualcosa da dire, ma non riusciva: era troppo presto per un croco, perché i crochi fiorisco a ottobre.

Rispetto all’estate, settembre sembrava silenzioso. Ogni tanto una mosca e tante lucertole inquiete.

  • Forse – pensava lo zafferano – forse stanno tutti zitti perché aspettano qualcuno…

Esitando, si fece strada nel bulbo il desiderio che tutti i fiori e gli insetti sentiti fino ad allora lo stessero aspettando.

  • Sì, aspettando… e poi ci sarà una festa, perché anche noi, zafferani ritardatari, ci saremo uniti al reame dei fiori.

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Mentre si perdeva in belle fantasie, si allungava sempre più al di sopra del livello del terreno. Una foglia per volta si allargava a ciuffo e i bei petali viola diventavano sempre più evidenti sotto la pellicina biancastra che li ricopriva.

Quando aprì gli occhi gli sembrò di avere sbagliato: si stropicciò le palpebre una volta, due, un’altra ancora. Non c’era nessun fiore ad aspettarlo, nessuna festa per il piccolo zafferano.

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Stava per far condensa sotto gli occhi, quando udì un frullìo d’ali sopra di sé. Era un uccello tutto nero e lucente, col becco arancio acceso.

Buon giorno, zafferano! – salutò il merlo.

  • Buon giorno, signor merlo!
  • Come mai sei triste in un così bel mattino? – il merlo gorgheggiò con grazia indicando il cielo terso dal vento.
  • Non c’è nessun fiore, qui.

Il merlo inclinò la testa e si mise a pensare.

  • Tanti fiori si svegliano in primavera e in estate, ma in inverno riposano.
  • Che tristezza noi zafferani, che, fiorendo d’autunno, non abbiamo compagni… – disse il croco, chinando il calice.
  • Non dire così. Ogni stagione ha il suo fiore e ogni fiore ha la sua stagione.
  • Cosa intendi? – chiese il croco.

 

Ogni tempo porta con sé una sua bellezza e questa bellezza si realizza quando si è pronti per essa.

Lo zafferano pensò e ripensò alle parole del merlo. Vide passare un giorno e poi un altro, e osservando tutta la vita che lo circondava pensò che il merlo aveva ragione. Così, poco alla volta, risollevò la corolla verso il cielo.

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Una sera il merlo tornò dal croco, ormai sonnacchioso:

  • Buona sera, zafferano! Sono felice di rivederti così alto e con la tua bella corolla ben dispiegata.
  • Buona sera, merlo! Hai ragione sui fiori e sulle stagioni, ma mi dispiace comunque di non poter parlare con loro, perché nemmeno le gemme, coi loro sussurri, hanno fatto capolino dai rami.

Il merlo gonfiò le penne e disse:

  • Porterò io il tuo messaggio! Racconterò ai fiori della primavera e dell’estate che ci sono fiori d’inverno; fiori belli e colorati, dal cuore giallo.

Lo zafferano guardò riconoscente il merlo, con la condensa che colava copiosa dagli occhi e disse:

Nelle tue parole vivrò anch’io l’estate.

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Così il piccolo bulbo, confortato e felice, scivolò nel sonno con dolcezza.

Da allora il merlo, araldo dei fiori, prese a cantare una melodia per l’inverno e una per l’estate.

| Raggi migratori_Milano

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C’è una città da qualche parte, dove i raggi del sole fanno toc toc.

Lo fanno piano, con le dita leggere di marzapane vecchio. E camminano a testa in giù sotto le grondaie, nascosti nei mantelli neri dei segreti.

Sorridono, i raggi di sole, mentre scendono tra i tetti, giù dalle tegole asimmetriche, in bilico sulle travi: lì, a nessuno passeranno inosservati.

Sì, perché nelle piazze è tutta luce e nessuno si accorge di loro, dei raggi: ci sono i bambini, le borse pesanti e le suole delle scarpe; tutto si muove e si colora da sé. Ma nelle vie strette, nelle strade capillari c’è sempre bisogno di vederle un po’ meglio le cose. C’è bisogno dei raggi di sole, pronti a comparire fuori dai mantelli sottili.

Poi ci sono le stradine coi cancelli, i cortili: sono cancelli vecchi ridipinti di colore acceso, di un colore bello. Lì i raggi sono proprio felici: quando la luce viene da dentro la corte, dal cancello filtrano e gridano: “Qui c’è qualcosa!”; quando invece filtra da fuori, i raggi sussurrano: “Guarda!”.

Le corti sono sempre impolverate, perché sono tutti angoli che si rincorrono, e si sa che la polvere va negli angoli. Però ci pensano i raggi a spazzarci lo sguardo, quando entriamo. Così, magari, viene da sorridere anche a noi.

Senti l’odore del tè o delle spezie e allora vedi la bandiera della pace e gli scatoloni e le bici. E ascolti il vociare dall’ufficio: non lo fai apposta, è che si sente. Entri: una tappezzeria di volantini, biscotti al cioccolato e al cocco e, sugli scaffali, imbastiture di mondo.

Lì, i raggi indugiano non poco. Così, dentro c’è luce.

 

 

 

 

|Le stanze del mondo

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Lei vorrebbe sentir raccontare tutte le stanze del mondo, per avere conferma di quell’idea che si è fatta, cioè che sono tutte piene e tutte vuote.

Le piacciono le stanze di chi mette su casa con i pezzi nuovi, del nuovo edificio, e con i vecchi, delle mille vite precedenti. La civetteria delle plastichine protettive, lasciate su “perché non si sa mai” è un modo timido di dire: “Questa devo essere prudente, non voglio che qualcosa si faccia male”.

Ma crede anche nelle stanze semivuote di chi i pezzi li ha persi per strada e rimette a posto quelli rimasti alla meno peggio, col fil di ferro, lo scotch e l’inerzia della determinazione che li ha fatti schiantare contro il muro. Lì ci sono pavimenti molli, pieni zeppi di semi di epoche precedenti – un po’ dalla battaglia delle Termopili, un po’ dalla Berlino che abbatté il muro…

Sa che ci sono le stanze di chi soffre troppo, in cui gli oggetti o sono troppo rotti per funzionare o sono troppo interi per dei cuori rotti e smagriti. Su di esse il mondo stende il velo e le copre, soffocando l’aria.

Perché vederli, questi ritagli di quattro mura con il cielo o il tetto sopra?

Perché ogni stanza, standosene lì in attesa, somiglia a loro due, lei pensa. Loro due che ora non sanno quando si toccheranno di nuovo e se succederà oppure no, stando fermi come una stanza che non sa se l’inquilino tornerà, perché è da un po’ che è andato via.

E ciascuno dei due è una porta, che s’incanta e stride se l’altro la apre per uscire, ma che non si oppone del tutto, perché da una stanza bisogna essere liberi di entrare e di uscire.

Si trattengono per poco, perché non farlo non sarebbe vero, e, quando le porte si chiudono dietro la loro schiena, si voltano a guardare per capire se e quando riconosceranno la mano sulla maniglia.

Ciascuna stanza da sola si guarda dentro le quattro pareti e, a volte, di traverso al soffitto, guarda il cielo, come ha imparato quando la costruivano.

Ma c’è anche una stanza con i loro nomi sulla porta, entrambi.

Ha due finestre da parti opposte, aperte, e al centro del pavimento ci sono due tende, una accanto all’altra: l’aria risuona dei rumori di quello che hanno fatto insieme.

Quella stanza è il tempo e lo spazio, e sta immobile nella felicità, come la notte più bella dell’estate.

Kronos Quartet-The Beatitudes

|AxB

Una relazione in Matematica è l’insieme prodotto cartesiano A x B i cui elementi sono tutte le coppie ordinate (a,b), dati a appartenente ad A e b appartenente a B, tali che b soddisfi a rispetto alla proprietà data.

Per costruire una relazione si parte da una proposizione che indica la proprietà che i due elementi dei due insiemi avranno l’uno rispetto all’altro. Poi, ci si rivolge indietro: chi pensa la proprietà è sempre un insieme A, chiuso attorno a tutti i suoi elementi. E l’insieme A cerca l’insieme B, altrimenti la relazione si riduce ad A cartesiano A: gli elementi si conoscono già; non è altro che un guardarsi negli specchi.

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Un primo problema è se A e B siano insiemi finiti o infiniti. Credo che siano entrambe le cose contemporaneamente: i due insiemi in relazione hanno un certo numero (variabile in base ai punti di vista) di elementi ben evidenti, espliciti e stampati proprio sulla cima, a intestazione dei propri elenchi bianchi da riempire. Gli altri elementi che contengono non sono immediatamente visibili, perché o sono nascosti, volutamente o per sbaglio, o sono presenti solo nelle potenzialità future dell’insieme.

Qui risulta necessario chiarire un punto fondamentale: quando parlo di possibilità future mi riferisco all’insieme di potenzialità insite in maniera germinale nel presente, che vengono condizionate dalle contingenze successive (future, appunto). Queste potenzialità possono realizzarsi o meno e farlo più o meno coerentemente rispetto a ciò che, almeno parzialmente, si poteva prevedere dall’inizio. In sostanza, nulla è certo di queste possibilità future, se non che esistono, e ciò è dimostrato dal fatto che si vive in un contesto che varia continuamente: si vive nonostante il cambiamento continuo di condizioni esterne, proprio perché le nostre possibilità future variano insieme con esse.

In questo senso, quindi, le potenzialità future dell’insieme sono infinite: un infinito potenziale, come tutte le cose mortali, che è infinito proprio in virtù del fatto che sono viste dal presente. Non si può prevedere, infatti, quali fattori esterni interverranno, perciò relativamente al punto di vista individuale non possono che essere indeterminatamente variabili, o infinite.

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Secondariamente, bisogna capire che cosa vuol dire esprimere in una proposizione una proprietà. Una proposizione si può definire come una dichiarazione avente lo scopo di determinare qualcosa. Determinare nel senso di dare una definizione a qualcosa e nel senso di rendere possibile il pensare a quella cosa. Una proprietà, allora, può essere intesa come il predicato che esprime l’essenza irrinunciabile di quel qualcosa che ci interessa. Se la proprietà è ‘essere appartenente’, la sua essenza rifiuta ogni elemento di estraneità tra gli oggetti cui essa viene applicata.

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Parlare della proprietà serve a introdurre il significato del verbo soddisfare. Una proprietà si può applicare solo se viene soddisfatta da ciò cui viene applicata. Questo vuol dire che, perché si possa parlare di soddisfazione, bisogna poter dire certamente che ciascuno dei due elementi legati insieme dalla proprietà non viene meno, in nessun caso e per nessun motivo, alle condizioni sufficienti che la proprietà impone. La proprietà deve essere abbastanza, satis appunto.

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La coppia ordinata è il tipo di elemento che costituisce l’insieme relazione ed è difficile definire che cosa significhi questo. Non so se per tutti gli insiemi sia così, per quelli che conosco io, lo è; vale a dire che una coppia ordinata (a,b) è contemporaneamente l’elemento a, l’elemento b e qualcosa d’altro. L’unione di a e b, appunto. Si tratta, cioè, di un elemento duale, sovracostruito a partire da due elementi semplici, liberi e slegati. A tenerli insieme sta l’affinità che deriva dalla loro spontanea rispondenza rispetto alla proprietà che definisce la relazione da cui risultano legati.

Come ogni cosa del mondo, la relazione è reversibile e i due elementi che orbitano intorno al loro baricentro nella coppia, al venir meno della forza, si allontanano intatti, come due corpi nello spazio aperto, che superano la velocità di fuga. Non hanno compromesso nulla della loro integrità, perché la novità stava nel loro centro di gravitazione comune, non nel centro dei loro moti propri, dei loro moti necessari.

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È per queste ragioni che amo definire l’istituzione di una relazione di questo tipo come genesi del conosciuto. Genesi perché si tratta di un atto generativo: a partire da elementi o strutture semplici, si opera una sovracostruzione, che non può prescindere dalle sue basi e tuttavia se ne distacca, anche considerevolmente. Creazione di qualcosa di noto perché tutto ciò che si realizza segue necessariamente (e miracolosamente) da ciò che già esiste, perciò è, in un certo senso, in esso contenuto. Se non completamente, almeno in ipotesi. E l’ipotesi, per quanto modesta, è trasgressione, o meglio, trascendenza.

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La modalità di sviluppo della relazione dipende dalle finalità che essa si propone (o prepone). Se gli insiemi considerano separate tra loro le potenzialità di definizione dei propri elementi, allora le loro relazioni saranno altamente specializzate; se, cioè, vorranno esplicitare le proprie potenzialità frammentando i propri scopi in piccole proprietà da soddisfare, la permanenza delle loro relazioni sarà debole. Raggiunto, infatti, il limite della realizzazione dello scopo prefissato, non c’è più alcuna ragione per continuare una ricerca atta a definire ulteriori elementi. Definiti gli elementi che si erano preventivati, le cinghie si sganciano e le funi si allentano.

Se invece non c’è, a priori, una serie prefissata di scopi sufficienti a decretare la soddisfazione delle proprietà necessarie all’insieme, allora si crea una relazione diversa. Si tratta di una relazione mai compiutamente definita e quindi totale, in quanto si definisce e si esplicita secondo le proprie potenzialità indeterminatamente mutevoli per tutto il tempo della sua durata.

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In conclusione, credo che due persone – volevo dire: due insiemi – possano trovare espressione a ogni parte di sé solo ammettendo l’indeterminata variabilità dei propri elementi e la necessaria (o meravigliosa) potenzialità intrinseca a ogni tipo di elemento. Solo lasciando libero spazio all’esplicitazione spontanea di una proprietà è possibile comprenderne la bellezza.

È forse questo il modo per giungere ad ammettere la coincidenza degli opposti: permettere a ogni insieme di trovare un posto a ciascuno dei propri elementi, lasciando esistere e ordinando anche quelli contraddittori.

Così l’uno coincide con il due e finalmente diventa possibile amarsi.

|Tempo determinato

TavoliCosì, come le sigarette.

I capelli del mio compagno-di-treno-fino-a-ieri sono biondi.

Mi ricordano i campi che non attraverso in bici.

I colori dei preparati istologici.

Le brioches dei bar aperti di notte, nelle stazioni.

Così, come le sigarette, come quelle consumate, mi si sbriciola tra le mani un foglio giallo, biondo come il ragazzo che è mio compagno di treno; o meglio lo era fino ieri. Oggi iniziano le vacanze. Sì. Oggi iniziano le vacanze, amore mio.

– – –

  • Quanti anni hai?
  • Diciassette.
  • Mi spiace, solo ai maggiorenni.
  • Come?
  • La legge. Tu invece?

Non la conosce mica la legge. Non c’ha tempo da perdere dietro a ‘sta roba: se c’è la birra la beve, senza studiarsi come fare a procurarsela. Si vede che è come un bambino: fuori luogo e in buona fede.

Sono al parco sempione e le due ragazze dell’unità accanto scattano foto insieme, ridendo d’ira. La matita nera sbava sempre all’angolo delle occhiaie. Peggio se è kajal. E poi gli scioperi, con i loro nervosismi sincronizzati, tingono di nero tutte le gote delle ragazzine.

Ci sono i passeri qui. Intorno ai tavoli, sui tavoli: quasi sfiorano il suo cous cous.

Li lascerebbe volentieri, ma c’è qualcuno che li scaccia alla sua destra. E lì rimane, come un topino senza compagnia.

  • Mi piace questo disegnatore. Ha delle buone idee. – La sua voce suona male, qui.Parla poco. Quindi, dice sempre troppo.

Sfoglia le pagine slabbrate di un fumetto in bianco e nero.

  • Leo è un figo. È un genio per come fa le parodie.

E il tizio che gli ha prestato il fumetto inizia a parlare col tizio a fianco, alla velocità esagerata dei compagni di stanza in gita scolastica.

Ci sono tanti motivi per ridere stasera; lui ride. Poi si addormenterà in treno; o almeno, lo spera.

– – –

Quando sono solo e ascolto la musica mi sembra non stare dove sto. Mi pare di ballare e sono fermo, mentre penso alla posizione delle gambe quando atterro. Dopo il salto.

Di salti ne conosco pochi, ma mi ricordo mia sorella che mi spiegava il salto del cervo quando tornava da danza.

Io, un cervo. No; credo di non essere abbastanza leggero.

– – –

  • Ciao!
  • Ciao…- “Dai, aggiungi quello che devi dire, aggiungi quello che devi dire” pensa lui, mentre si mangia le mani.
  • Guarda, arrivi proprio al pelo. Questa è l’ultima fetta di torta.
  • Grazie- “La dolce cosa che dovevo dire annega nel dolce. Sono un …”
  • Ora vado che è proprio tardi.- Prende le sue cose. Se ne va- A domani!
  • A domani.- Sta fermo a guardare che se ne va. Si mangia la torta. Si mangia le mani.

Stupido.

Stupida cosa dolce che doveva dire.

– – –

Cammina.

Sì, perché le vacanze sono finite e adesso c’è il grasso, il grasso stupido delle catene.

Ma perché è finito proprio sul manubrio? Lui non le sa fare queste cose, e il sudore non aiuta.

Sta fermo impalato sulle proprie mani, no, sta fermo impalato sui propri piedi. Ma, in fondo, non ha sbagliato: i suoi piedi sono le sue mani, e viceversa. Solo, ogni tanto, gli si sposta l’asse di rotazione.

Dovrebbe starsene lì, l’asse, tangente al lobo dell’orecchio e poi giù giù fino all’alluce opposto, passando per l’ombelico; invece ogni tanto, ogni ventiseimila anni, l’asse gli salta in gola, lui piange come un atomo che ha perso l’elettrone (e chi lo trova più ora? Me lo spieghi, eh? Me lo spieghi, tu?), e l’asse gli si rovescia d’un colpo.

E lui se ne va così, ai cancelli, come la scala della folla, nei promessisposi: a balzelloni, e serpeggiando. Fino a che anche la Stella Polare sarà stanca, e cambierà di posto.

E cambierà il mondo.

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|Praga*

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Adoro stare al ristorante in una città straniera: una lingua non propria intorno, l’imbarazzo di parlare in enorme ritardo rispetto ai pensieri, l’indecisione su cosa fare davanti alle scritture mute dei menù.
Sono felice di sentire vagamente, alla lontana, quello che anche Joyce, anche Beckett provavano prima di imparare il francese, come lingua per vivere il primo, come lingua per pensare il secondo.

|Praga

 

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L’aeroporto è un luogo bizzarro: c’è tantissimo di quello che si può immaginare in un luogo in cui si vendono cose che servono per vivere, non per trasferirsi. Però evidentemente c’è un certo giro d’affari qui.

Dopo aver ritrovato luoghi uguali in località diverse, trovarsi nella medesima lingua con lingue diverse intorno.
I cartelli in doppia lingua non fanno che aspettare interpreti imbranati: è divertente, dopotutto, immaginare il suono di parole distanti.

Che cosa vuol dire parlare una lingua?

|I Bambini di Terezin

Terezin

 

C’è un tempo in cui ognuno dimentica di essere stato vano, nonostante sia molto più frequente non essere nessuno che essere qualcuno. Che essere determinante.

Lei si costituì giusta nella propria mente, è ciò fu la radice della sua dannazione. Essere ciò a cui non manca nulla: questa la sua aspirazione, una volta scelta, anche obbligata per sempre. Perchè aveva scelto la giustizia? Perché, si diceva, era l’unico della triade verità-bellezza-giustizia che le pareva abbastanza pertinente al comportamento umano (pertinente, non vicino). La giustizia era un miraggio di topazio nell’orizzonte d’un oceano di antracite: il tempo del ritorno per l’emigrante.

Le capitò di trovare dei disegni in un museo che le presero il sorriso di un tempo intero. Erano quelli dei bambini di Terezin; uno recava scritto:” Palestina!” . Era l’insegna di una bandiera retta in alto da un bambino. Altri come lui per mano correvano verso il centro del foglio – il centro del mondo – e due bambine a sinistra assistevano al tracciarsi di due solchi spaventosi tra i loro piedi – confini di una rotaia o del nulla che ha nome. Una morte senza nome.

Se ne stava lì con gli occhi pieni. Sudati grondanti. E non c’era la stanza ma solo il suo odore di cose riposte e incessanti. Se ne stava ferma, perché dove doveva andare?

E pensava alle mani che intrecciarono i ricami colorati nei giunti della scatoli per i bottoni e gli aghi. E le pareva piovesse, in qualche fissità strana della propria mente. Come se tutto il dolore di quel tempo le piangesse luce tra le costole.

|Trencadis

Contano le mani, sognano le idee, si spezzano le frasi sul filo del rasoio.

***

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|Trencadìs

Si tratta di un “mosaico di ceramiche spezzettate, derivate da mattonelle intere rotte appositamente oppure da pezzi di scarto (frammenti di tazze o piatti) poi ricomposti in disegni precisi”. Ma non è così vitale che ci sia un disegno: i progetti, a volte, si fanno da sé. Si aggrovigliano, lenti e imperterriti, come su case e colonne: fitte simili foglie su monocromie tenui di cose da dire. Intonaci. Così, il trencadìs ha, di solito, mille e mille colori.

***

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|Brutta

Togli la polvere dal pavimento. Spazzala sotto il tappeto.

Il fango nelle strade non è cosa da città: è già troppo poco lo spazio per le radici, perdere terra dalle aiuole significherebbe non avere più suolo.

Oltre i raccordi, passate le strade a veloce percorrenza, là, dove si stiracchiano i campi e il cielo si spalma, s’abbassa: lì, il fango non è più la brutta copia delle suole, il catalogatore delle impronte sull’asfalto.

Lì il fango è quello che non sembra: il molle dove nascono i fili d’erba. E germinano le idee.

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Trencadis.Mantelli

***

|Mantelli

Che cosa sono i mantelli lo scoprii anni fa: luoghi di ruvido panno dove nascondersi di notte, per la paura, o per nascondervi, nel ruvido delle incertezze, menzogne.

Menzogne, come i sogni degli iperrazionali, di chi non sogna più: sogni vergognosi, da confinare nelle frasi taciute, e svergognati, come di quelli che sfacciatamente li nascondono.

***

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|Capovolgimento

Baciarsi di notte, mentre il silenzio è l’unico eco udibile. Che questa sia follia in questo tempo a rovescio non sapevo. Camminando mentre sorrido mi si gelano le labbra– e non è inverno,

non è inverno: nessuna sciarpa mi fascia i capelli. Non ho guanti da prestarmi, in questo assurdo e prematuro gelo.

 ***

|Cocci

La sabbia ha un odore che nessuna descrizione sa rendere: qual è la parola che contiene i rimasugli microscopici – gli aghi nel pagliaio – di tutte le cose del mondo?

Mi insegnasti le differenze tra i vetri che sbadigliano di canto agli scogli: anche i cocci non sono più cocci, se li prende il mare. Non si può sapere di dove vengono, né dove andranno.

Ma, ogni tanto tornano,

_tornano da noi.

|“Un giorno mi piacerebbe fare un libro fotografico con immagini di me insieme a bambini di tutto il mondo…I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato. I bambini subiscono una fascinazione per la loro esperienza quotidiana che è molto speciale e che sarebbe di grande aiuto agli adulti se potessero imparare a capirla e a rispettarla. I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato” Keith Haring

Haring

Non sapere a priori comporta lo stupirsi di quello che c’è – lo stupirsi che qualcosa ci sia.

Lo stupore, dal latino, indica lo stato d’animo di colui che è intorpidito, stordito da un colpo che ha ricevuto; se questo colpo è subito dalla mente della persona, essa ne rimane attonita, stupefatta.

Che la realtà esista è il primo grande stupore della natura umana: già Aristotele affermava che l’atteggiamento del filosofo – dell’uomo che si pone domande – di fronte alla natura non può che essere di meraviglia. Se la meraviglia è la capacità di cogliere le cose del mondo come nuove, nessuno più del bambino – che davvero scopre il mondo per la prima volta – sa meravilgiarsi. La meraviglia è suscitata anche dalla percezione delle cose, ciascuna al proprio posto nell’ordine dell’universo, da quella coscienza particolare dell’esistenza di un’armonia nel modo in cui le cose esistono e divengono. Non a caso, l’armonia e l’equilibrio della natura hanno ispirato secoli di letteratura bucolica in cui la vita naturale, nel suo trascorrere calmo e composto, è stata spesso interpretata come fonte di consolazione. Si è pensato che quanto è conosciuto in modo ingenuo dal bambino sia la realtà autentica delle cose, in quanto tale conoscenza è diretta, scaturisce dal rapporto immediato della persona con il mondo.

Questo sentimento delle cose non ha nulla a che vedere con la conoscenza intuitiva cartesiana: essa non riguarda le verità della ragione, valide a priori e universalmente certe, in quanto chiare e distinte. La verità è colta dal bambino a livello prerazionale, secondo quanto sostenuto, per esempio, da Pascoli nel saggio “Il fanciullino”: il bambino, meravigliandosi davanti al mondo, lo coglie nella sua dimensione più autentica, adottando nei confronti di esso un atteggiamento adamico, cioè dando nome alle cose e facendole proprie.

Prima di sapere che qualcosa ci sia, cioè prima che il bambino dia per scontata la realtà, tutto è pura possibilità e, come dice Kierkegaard, la possibilità non è solo possibilità di qualcosa,  ma anche possibilità del nulla. Poiché il mondo esiste, anche se potrebbe non esserci nulla, l’esistere dell’universo è mistero. I bambini sanno con precisione che c’è sempre qualcosa che sfugge loro, che non sanno o non capiscono. Essi chiedono continuamente e gli adulti spesso non rispondono, spazientiti, perchè nemmeno loro sanno la risposta. Il modo ingenuo che i bambini hanno di concepire il mondo li porta a interpretare l’ordine dell’universo in senso finalistico: la Natura, come l’uomo, è pensata come tutta vivente, cosciente, dotata di intenzioni e sentimenti. È da questo sentimento finalistico della natura (da Kant considerato connaturato all’uomo nella “Critica del Giudizio”) che forse scaturisce la predisposizione alla fede, intesa come fiducia nell’esistenza di una pur insondabile motivazione per l’esistenza dell’universo, nell’esistenza di una risposta all’interrogativo del mistero. Il bambino, spesso, crescendo si disillude rispetto alla finalità delle cose, in quanto gli sovviene la consapevolezza della caoticità degli eventi e delle difficoltà di dare senso alla vita. Allo stesso modo, l’adulto dimentica che la condizione primaria di tutto il proprio sapere è proprio il non sapere nulla, il mistero originario. Ciò deriva, forse, dal fatto che il bambino, diventando adulto, si concentra sempre più nel voler conoscere la natura dell’uomo: ” L’esistere del mondo è uno stupore infinito, ma nulla è più dell’uomo stupendo” (Sofocle).

La vocazione naturale dell’uomo è l’agire – secondo l’idea rinascimentale e ottocentesca di “Homo faber”- dunque, conoscere l’uomo significa conoscere l’uomo che vuole agire e per agire è necessario avere un sapere certo a cui affidarsi, secondo la convinzione che Sir Francis Bacon espresse nella formula “Sapere è potere”.

L’adulto, rispetto al bambino, ha dimenticato che, al di sotto delle certeezze – o meglio delle convinzioni comuni che ritiene tali – permane il mistero, la domanda fondamentale sul perchè dell’universo esista. La fede dunque si trasforma per un adulto in fiducia nella validità o, nei casi estremi, nell’infallibilità della conoscenza o della scienza; essa cioè degenera in una sorta di superba quanto inconsapevole presunzione, secondo cui esiste solo quanto è concepibile per l’uomo. Questo fatto rischia di far considerare insulsa ingenuità quello che invece è il dubbio fondamentale sull’Essere e di rendere sacre verità delle “superbe fole”.

Mogwai- Friend of the night