|L’ uovo e il guscio_Tra il resto

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Da Il giuoco delle parti di Luigi Pirandello

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LEONE Ah, triste cosa, caro mio, quando uno ha capito il giuoco!

GUIDO Che giuoco?

LEONE Mah… anche questo qua. Tutto il giuoco! Quello della vita.

GUIDO Tu l’hai capito?

LEONE Da un pezzo. E anche il rimedio per salvarsi.

GUIDO Se tu me l’insegnassi!

LEONE Eh, caro. Non è rimedio per te. Per salvarsi, bisogna sapersi difendere. Ma è una certa difesa… dirò, disperata, che tu forse non puoi neanche intendere.

GUIDO Come sarebbe, disperata? Accanita?

LEONE No, no, disperata, caro, nel senso d’una vera e propria disperazione, ma pur tuttavia senza neanche un’ombra d’amarezza per questo.

GUIDO E che difesa, allora, scusa?

LEONE La più ferma, la più immobile, appunto perché nessuna speranza più t’induce a piegarti verso una, sia pur minima, concessione ne agli altri né a te stesso.

GUIDO Non capisco. E la chiami difesa? Difesa di che cosa, se dev’esser così?

LEONE (lo guarda un tratto severo e fosco; poi, dominandosi e quasi riassorbendosi in una impenetrabile serenità) Di niente, in te, se in te riesci, come sono riuscito io, a non aver più nulla. Che vuoi difendere? Difenderti, io dico! Dagli altri, e soprattutto da te stesso; dal male che la vita fa a tutti, inevitabilmente; quello che io mi son fatto per lei indica di nuovo la vetrata, dietro alla quale suppone che Silia sia nascosta. tant’anni! quello che io faccio a lei, anche così del tutto isolato come mi tengo. quello che tu fai a me…

GUIDO Io?

LEONE Ma sì, inevitabilmente. Spiandolo negli occhi. Credi di non farmi nessun male tu? GUIDO (smorendo) Mah… ch’io sappia…

LEONE (per rinfrancarlo) Oh, anche senza saperlo, mio caro! Tu mangi carne, a tavola. Chi te la dà? Un pollo, o un vitello. Non ci pensi nemmeno. Ce lo facciamo tutti, il male, a vicenda; e ciascuno a se stesso, poi… Per forza! È la vita. Bisogna vuotarsene.

GUIDO Bravo! E che ti resta allora?

LEONE Contentarsi, non più di vivere per sé, ma di guardar vivere gli altri, e anche noi stessi, da fuori, per quel poco che pur si è costretti a vivere.

GUIDO Ah, troppo poco, scusa!

LEONE Sì, ma ti compensa un godimento meraviglioso: il giuoco appunto dell’intelletto che ti chiarifica tutto il torbido dei sentimenti, che ti fissa in linee placide e precise tutto ciò che ti si muove dentro tumultuosamente. Capirai però, che sarebbe molto pericoloso il godimento di questo lucido e tranquillo vuoto che ti fai dentro, perché, tra l’altro, rischierebbe di farti andare come un pallone su tra le nuvole, se tu non ti mettessi anche dentro, con arte e con perfetta misura, una necessaria zavorra.

GUIDO Ah, ecco! Mangiando bene?

LEONE Per ristabilire l’equilibrio; perché tu possa sempre, insomma, restare in piedi come quei buffi giocattoli, che tu puoi buttar come vuoi: ti restan sempre ritti per il loro contrappeso di piombo. Non siamo altro, credi. Ma bisogna saperselo fare, questo vuoto e questo pieno: se no, si resta per terra e nei più goffi atteggiamenti. Insomma, via, la salute è qui: trovare un pernio, caro, il pernio d’un concetto per fissarsi.

GUIDO Ah, no, no! Grazie tante! Non è per me! Non è per me davvero! E non è neppur facile!

LEONE Già. Perché non si trovano belli e fatti in commercio, questi pernii: te li devi fabbricare da te, e non uno solo: tanti! uno per ogni caso, e ben solido, perché il caso, che t’arriva spesso imprevisto e violento, non te lo schianti.

GUIDO Eh! ma quando t’avvengono certi casi, caro mio!

LEONE Ma perciò appunto la cucina! Che il caso ti trovi cuoco, è una gran cosa! Del resto, non è mai il caso… dico non devi mai guardarti dal caso, veramente. Scusa: che vuol dire il caso? Gli altri, o le necessità della natura.

GUIDO Appunto, che possono essere terribili!

LEONE Ma più o meno, a seconda di chi le subisce. E perciò ti dicevo! Tu devi guardarti di te stesso, del sentimento che questo caso suscita subito in te e con cui t’assalta! Immediatamente, ghermirlo e vuotarlo, trarne il concetto, e allora puoi anche giocarci. Guarda, è come se t’arrivasse all’improvviso, non sai da dove, un uovo fresco…

GUIDO Un uovo fresco?

LEONE Un uovo fresco.

GUIDO E se t’arriva invece una palla di piombo?

LEONE Allora ti vuota lei, e non se ne parla più.

GUIDO Ma perché un uovo fresco, scusa?

LEONE Per darti una nuova immagine dei casi e dei concetti. Se non sei pronto a ghermirlo, te ne lascerai cogliere o lo lascerai cadere. Nell’un caso e nell’altro, ti si squacquererà davanti o addosso. Se sei pronto, lo prendi, lo fori, e te lo bevi. Che ti resta in mano?

GUIDO Il guscio vuoto.

LEONE E’ questo è il concetto! Lo infilzi nel pernio del tuo spillo e ti diverti a farlo girare, o, lieve lieve ormai, te lo giuochi come una palla di celluloide, da una mano all’altra: là, là e là… poi: paf! lo schiacci tra le mani e lo butti via.

Postfazione

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C’è chi ha,

al posto di una delle cinque dita,

un ago fine fine

per svuotare l’uovo di Pirandello

quando gli casca di mano

(è un’emozione particolare, un sentimento

dinamitico se lasciato intatto).

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Come finiscono le storie senza impegno?

Non ho modo di saperlo,

se non che, pensando a chi

e a cosa, di solito non penso.

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Non voglio perdermi

le gocce dolci del succo della pesca matura:

sono l’oro che mi tinge le labbra

quando ti desidero.
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Quando il ventaglio si apre

e sventola lento nella calura,

io me ne sono già andata:

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ti porto la salvia mentre rimesti

nella pentola – tra poco ceneremo.

 

 

|Qualcosa di semplice_Tra il resto

proposizioni-finali

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Ho sognato di sapere

lavorare il legno

e di costruire un cavallo a dondolo:

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di lino vorrei le mie nozze,

di giallo il mio mattino,

di vetro il mio lavoro

e di carta spessa la mia memoria.

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Tutto il resto sono miracoli:

chi amo e mi ama

– e i fiori, che con il mare

mi fanno la grazia

di rendermi piccola piccola.

|Qualcosa d’inutile_Tra il resto

proposizioni-finali

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Tra le dita mi scorre un’idea

che scrivo e riscrivo,

riscaldo e raffreddo,

come un rosario di chi, inesperto,

non sa veramente pregare.
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Si tratta dell’amore

che noi animali umani

intrecciamo come nastri

– che non servono a nulla,

non per sopravvivere, non per vincere,

non per rimanere né respirare.

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Come il profumo del gelsomino,

c’è, però, una tinta

che avvolge il capo nel sonno

dei bambini che dormono:

è il volere disperato – e ingiustificato –

di uno spirito che parli plurale.

 

|Contare_Tra il resto

proposizioni-finali

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A chi mi chiedesse:

“Di qualcosa che hai fatto ti rammarichi mai?”

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non vorrei rispondere:

“ No, perché non conosco errore”

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Se non avessi scheggiato

nemmeno un sassolino, avrei fatto passi

solo leggeri, sospesi, forse ridicoli.

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Una cosa mi fa male

anche da sola:

che in certi angoli,

non si possa più perdonare,

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perchè perdonare l’indifferenza

è morire dell’attesa di cose che non avverranno.

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Al di fuori di ogni giovinezza

sta la stanchezza di sapere:

la speranza è inutile

perchè, qualsiasi cosa accada,

tutto diventa indifferente.

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Ma la speranza di chi perdona

– non di chi è perdonato:

ha già l’assoluzione –

è la libertà di volere ciò che pensa

e pensare possibile – ma non sua –

la più alta delle vette.

|Cinguettio_Tra il resto

proposizioni-finali

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Giù dai nidi

dalla primavera all’estate

viene una passacaglia di suoni attutiti,

appuntiti, confusi – dolcissimi:

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è l’essere qui,

il volere tutto e anche qualcos’altro:

_ Che cosa farò da grande?

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Bisogna amare,

amare tutto e in ogni modo,

perché l’amore non è passare il tempo,

non è sistemarsi, ma sperare

e volere – e arrabattarsi.

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Non è risolutivo, l’amore,

ma rende buoni, docili e anche tristi,

anche se – a volte, dal di dentro delle cascate,

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meravigliosi e incredibilmente felici.

 

|I divieti_Tra il resto

proposizioni-finali

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Non fu necessario

spiegarmi i divieti:

li avevo nel cuore della pelle

che detesto.
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Vorrei parlare lingue altre

pure amo la mia,

e osservo

le regole – scritte

nel sangue dei dolori passati.
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A pensare a quanto tutti si debba fare

oppure no,

mi salta la parola di bocca

e si chiude nel silenzio:

un pendolo.

 

|Quando mi rannicchio_Tra il resto

proposizioni-finali

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Quando mi rannicchio,

di sera, per prendere sonno

penso a quando lavorerò

e con le mani scriverò veloce sulla tastiera,

la mia grafia sempre più mia.
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Ho la fragilità del fringuello che canta:

può stonare, inciampare, venire predato.

Per questo, forse, ogni tanto desidero,

tra le proiezioni blu del silenzio,

un nido caldo

non solo di me.

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Di questi lini conosco bene

solo la durata: vita di farfalla

all’inizio di marzo, insidiata dal gelo

e dalla sfiducia degli altri

in quella che un tempo si chiamava gloria.

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È proprio la gloria a svendersi

come una prostituta di periferia

in manie megalomani e ridicole

di giovani coppie oscene – corpi sazi di gusci

nella puzza del mercato del pesce,

quella gloria che non è di dio

che, in assenza di camuffamenti,

si chiama esultanza

ed è coltre di piume nude

attorno a un bacio

nell’afa, sotto la pioggia.
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Per timore di perderla,

questa esultanza,

parlo poco ed esito, per lunghissimo tempo.

Il tempo

della piena a venire.

|Gli oceani_Tra il resto

proposizioni-finali

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Esistono luoghi

in cui camminare non toglie

la pesantezza di spirito

ma è come volare nel cielo grigio

dell’autunno di Lombardia.

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Come fare la coda in un negozio

e non sapere più cosa si voleva

all’inizio: un tramonto sprecato

senza cena da preparare sulla spiaggia.

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Tutte le attese, tutti gli sforzi

tenuti stretti fino alla fine

per ritrovarsi tra le mani un bellissimo

mazzo di fiori:

nessuno lo attendeva, se ne sono già andati.

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Ma non casca così

di mano la brocca:

dovunque ci sono abbastanza vasi

per lasciare in consegna

un respiro più verde.

|Il problema_Tra il resto

proposizioni-finali

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Baluardo di coloro che non hanno

certezze lapidarie nella parola,

un argomento:

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la lingua non è fatta

a immagine e somiglianza delle cose,

sicché ognuna va per conto suo

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con reciproca fedeltà d’odio,

cedevole amore di un essere mortale.

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C’è una grande misura di numeri

nel decretare la legge,

l’importante è non dimenticare che i numeri

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sono i chicchi del grano di Mesopotamia.

|Come acini d’uva_Tra il resto

proposizioni-finali

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Sono i migranti che sbarcano sulle rive

del nuovo mondo – il mondo di plastica

e della vita che muore, annotata nei regolamenti;

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oppure le sere sprecate di chi si sente solo

o, al contrario, le sere passate a leggere e a passeggiare

di un professore senza televisione, che ama senza dire niente;

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o anche la storia, con i suoi giorni a valanga

sulla strada per la santità, per il polo sud,

per la libertà e per la sconfitta.

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Come acini d’uva sono le vite date

e le vite perse

per caso, malattia, violenza, esperimento

o per amore:

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una vita che nasce non sa

le morti che ne permetteranno il rimanere.

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Per questo si dice: “Vada come vada, c’è quel che c’è,

si fa quel che si può”.

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È un necessario errore di prospettiva

questa necessità di rimanere – ma è bello

vivere e, vivendo, sapere

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che sarà sempre chiara l’acqua del torrente

indifeso il cucciolo

feroce il sole

e leggera la morte.